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U stisso sangu

Autore del DVD:
Francesco Di Martino, Sebastiano Aderno`
Prezzo: € 14.40

Editore: Malastrada Film
Anno: 2009
Formato:
stats 2571 letture
isbn Tag: migranti

U stisso sangu
Storie più a Sud di Tunisi
Un documentario ripercorre le tappe siciliane che caratterizzano l`esperienza dei migranti. Dallo sbarco ai centri di accoglienza (e detenzione), dalle campagne di Cassibile fino alla commemorazione dei morti in mare. Sono spesso rinchiusi senza motivo, sfruttati sul lavoro, senza i documenti che ne farebbero cittadini a tutti gli effetti. Ventiquattro ore di sciopero, conclude Fabrizio Gatti, basterebbero a spiegare al Paese il ruolo e l`importanza dei lavoratori stranieri

 Avete presente “La giara”, sia il racconto di Pirandello che le trasposizioni cinematografiche di Giorgio Pastina (all’interno del film ad episodi “Questa è la vita”) e dei fratelli Taviani (“Kaos”)?

I lavoratori stagionali, i raccoglitori di olive, i cosiddetti “jurnateri” sono vittime del padrone tirchio ed iracondo, ma si concedono persino una serata di festa intorno alla giara di don Lollò. Sicuramente la realtà del lavoro agricolo nelle campagne siciliane era meno bucolica ed allegra, ma su un aspetto non c’era discussione: spettava al padrone l’ospitalità dei lavoratori. Seppure in masserie e con sistemazioni non comodissime, gli stagionali non dovevano però preoccuparsi dell’acqua potabile o di un tetto per la notte.

Non è più così oggi nelle campagne del Meridione, e lo ricorda uno degli intervistati di Cassibile intervistati nel documentario "U stisso sangu". I lavoratori devono accamparsi dove capita, oppure è lo Stato, per esempio con una inutile tendopoli che accoglieva solo i regolari o che si trovava a decine di chilometri dai campi, a “risolvere” il problema dell’ospitalità.
I lavoratori stranieri, le testimonianze sono unanimi, tengono in piedi l’economia agricola delle campagne. Eppure non hanno il riconoscimento economico di paghe dignitose, o quello giuridico di uno Stato che nega la loro esistenza, e vorrebbe imporre alle imprese l`assunzione di lavoratori sconosciuti, che si trovano dall’altra parte del mondo.

Sintetizza bene la questione Fabrizio Gatti: solo un giorno di sciopero, un solo giorno, servirebbe a far capire agli italiani il ruolo oggi assunto dai lavoratori stranieri. Basterebbero ventiquattro ore per far comprendere a tutto il Paese che interi settori economici sarebbero paralizzati, e che questa gente merita maggior rispetto ed il riconoscimento dei propri diritti. Oggi, invece, sono disprezzati, marginalizzati, eppure tremendamente necessari.

Riusciamo a negare l’accoglienza e condizioni minime di dignità persino ai profughi afghani, ovvero gente che fugge da una guerra a cui partecipa anche l’Italia, nell’ambito dell’operazione iniziata nel 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle e che ancora porta il nome beffardo di “Libertà duratura”.

“C’è una parte di Sicilia, quella che con una curiosa e corretta indicazione geografica definiamo ‘più a Sud di Tunisi’, che è diventata da anni punto di approdo dei nuovi flussi migratori. Il fatto di essere stati investiti dal compito di rappresentare una nuova terra di frontiera, non impedisce, tuttavia, di vivere gli sbarchi e la presenza sull’isola dei migranti ancora con una certa dose di stupore e sorpresa”, dicono gli autori. Quasi di imbarazzo, di impreparazione.  
“Il film ripercorre le tappe fondamentali che affrontano i migranti che approdano sulle nostre coste: il viaggio e lo sbarco, la prima accoglienza e il problema della casa, il lavoro e l’integrazione”, raccontano Francesco Di Martino e Sebastiano Adernò.  

“Le storie si incrociano e a volte si scontrano con quelle della nostra realtà: la Guardia Costiera che li recupera in mare, il medico che presta loro i primi soccorsi, il reporter che segue le loro vicende, l’imprenditore che li prende a lavorare nei campi, il personale della comunità che li ospita, lo ‘sconosciuto’ che pure assiste al rito di commemorazione di quelli tra loro che sono morti in mare.   


Il film si apre a Portopalo di Capopassero, una cittadina di pescatori nell’estrema punta sudorientale della Sicilia: le sue coste, da aprile a novembre, nella cosiddetta ‘stagione degli sbarchi’, diventano punto di approdo di tutte le imbarcazioni partite dalla Libia che deviano o si smarriscono dalla consueta rotta che nella maggior parte dei casi le conduce invece a Lampedusa.  
Le telecamere si spostano poi a Caltanissetta, per documentare la tappa immediatamente successiva allo sbarco. Al CPTA di Pian del Lago, decine di afghani vivono da giorni, senza cibo né acqua per bere e lavarsi, nutrendosi di mandorle raccolte dagli alberi di un vicino campo, impossibilitati ad entrare nella struttura, sovraffollata, ma con l’ordine di non allontanarsi. Per via della loro nazionalità, sono da considerarsi rifugiati, e reclamano quindi la possibilità di stare sotto un tetto e di ricevere l’assistenza di base. 
Altra vicenda di accoglienza, altra anomalia: ad Avola la Croce Rossa ha allestito una Tendopoli per accogliere gli immigrati, che nella stagione dei raccolti affollano la vicina città di Cassibile. La Croce Rossa ha però già stabilito la chiusura a fine giugno. Qui aveva trovato riparo un gruppo di Somali, una volta usciti dal CPA e ottenuti i documenti.  

A luglio si trovano nelle terre del Marchese di Cassibile, dove hanno dovuto creare, con mezzi di fortuna, la loro tendopoli: dormono sotto gli alberi, i più fortunati in due sulla stessa brandina recuperata in qualche casolare abbandonato; non hanno acqua potabile, e mangiano il cibo cotto sul fuoco all’aperto, poggiandolo per terra sui sacchi della spazzatura. Ci confessano che se i loro familiari conoscessero le condizioni in cui stanno vivendo si meraviglierebbero, tuttavia nutrono ancora forti speranze, vogliono andare a scuola, imparare l’italiano e condurre una vita normale e dignitosa.
Rimaniamo a Cassibile e affrontiamo la questione del lavoro con un giovane imprenditore agricolo siciliano. Dice che ogni anno, quando inizia la raccolta della patata, ha difficoltà a reperire manodopera: gli italiani non sono disposti a svolgere un lavoro così umile, per questo motivo assume extracomunitari con regolare permesso di soggiorno, anche se, confessa, diventa sempre più difficile trovare immigrati in regola”.