Rosarno, schiavi in un mare di soldi
A Rosarno non è stata ancora trovata una soluzione credibile per i raccoglitori stagionali che d`inverno lavorano dalle cinque del mattino fino al tramonto, e che per la stragrande maggioranza sono privi di documenti. In attesa della prossima emergenza, i lavoratori africani, i famigerati "clandestini", vivono il destino beffardo del lavoro schiavile, circondato però da fiumi di denaro pubblico
Qualcuno abbia il coraggio
di dire ad uno dei tanti ragazzi ivoriani, ghanesi o burkinabé che hanno
lavorato per tutto l’inverno a 20 euro al giorno (“di più non possiamo darvi”)
che intorno a loro sta iniziando a circolare un mare di soldi che vedranno solo
da lontano. Spiegategli, se trovate le parole, che dagli anni ’90 all’altro
ieri sono stati il passatempo dei balordi del paese, un lancio di pietre e via
col motorino; ma da domani potrebbero essere il pretesto per nuovi sprechi.
L’accoglienza a Rosarno potrebbe essere uno degli interventi previsti nell'ambito del PON sicurezza (200.000 euro annunciati), del POR Calabria (20 milioni di euro complessivi), dei fondi del Ministero e di quelli degli enti locali. Potrebbe, perché finora non si è visto nulla di tangibile o risolutivo. Persino il riuso sociale dei beni confiscati alla criminalità potrebbe offrire ottime occasioni per organizzare l'accoglienza. Nella regione si trova infatti il 15% del totale nazionale delle confische, peraltro facilitate dal familismo sospettoso delle ‘ndrine, le quali non sanno
inventarsi di meglio che intestare ditte, terreni e fabbricati a familiari o
addirittura a pregiudicati.
Un eventuale centro di accoglienza non potrebbe avere un carattere diurno, perché il problema principale
per i lavoratori africani è trovare un posto dove dormire. I raccoglitori
stagionali di arance si alzano alle cinque del mattino e terminano di lavorare
al tramonto. I neocomunitari, ad esempio bulgari e romeni, trovano appartamenti
in zona. Ma per gli africani, è la legge stessa a proibirlo: chi affitta ad un
irregolare rischia il sequestro dell’immobile. Ed i regolari sono una piccola
parte del totale, quindi non avrebbe senso aprire un centro solo per loro.
L’esperienza di Cassibile,
del resto, dovrebbe insegnare qualcosa. Si tratta di un paese alle porte di
Siracusa dove in primavera gli immigrati si concentrano per la raccolta delle
patate: nel 2007 viene finanziata con fondi pubblici una tendopoli della Croce
Rossa, dove all’ingresso si controllano i documenti. Ovviamente è rimasta quasi
sempre deserta. L’anno dopo è stata spostata ad Avola, ancora più distante dai
luoghi di lavoro. Nel 2009 l’esperienza è stata definitivamente abbandonata. Il nodo è chiaramente un altro: la regolarizzazione
dei lavoratori impegnati nell’agricoltura stagionale, in particolare nel
Meridione.
Teatro, cinema e kiwi
Sotto la spinta degli
africani e delle loro rivendicazioni, nell’inverno del 2008 la politica locale
e nazionale avrebbe potuto esibire un territorio accogliente e solidale,
modello per tutta l’Europa abbrutita dall’egoismo e capace di intervenire oltre
la logica dell’emergenza. Invece le immagini della “cartiera” di Rosarno,
emergenza umanitaria permanente a partire dagli inverni dei primi anni ‘90,
hanno fatto ripetutamente il giro del mondo. La risposta è stata come minimo
inadeguata.
Cifre a molti zeri stanziate
dagli enti locali, o addirittura promesse dal governo di destra e dal ministro
leghista, ma mai concretizzate in interventi tangibili o risultati
apprezzabili. Progetti fumosi, addirittura grotteschi. Misteriosi stanziamenti
da rendicontare, conflitti di competenze e risultati evanescenti producono
dubbi sulla destinazione del denaro.
Durante il durissimo inverno
del 2008, quella di Rosarno è stata definita come una emergenza umanitaria di
livello internazionale, secondo notissime organizzazioni (Medici Senza
Frontiere), testate estere ed italiane ed è apparso chiarissimo anche a
chiunque abbia dato anche un’occhiata veloce all’interno della ex Modul System.
Nel mondo civile, di fronte ad una catastrofe umanitaria si interviene con
strumenti eccezionali e rapidamente. Sembrava che questo fosse acquisito dopo
ogni conferenza stampa ed in seguito ad ogni annuncio solenne.
La BBC ed Al Jazeera, il Guardian e la France Presse, Rai,
Mediaset e La 7, il salotto tv di Ilaria D’Amico e persino uno stranamente
commosso Emilio Fede non sono bastati a spingere ad una soluzione del problema.
Tanti giornali, radio, siti web: tutti a raccontare la stessa cosa, una
“vergogna per l’umanità” in piena Europa, un pezzo di Darfur in una terra
formalmente europea, le condizioni disumane in cui vivono gli africani divisi
in tre luoghi dell’orrore.
Ogni inverno, ormai dai
primi anni ’90, è più o meno la solita storia. Inviati, politici e giornalisti,
tutti con le stesse parole: la Cartiera è un “lager”, la condizione dei
raccoglitori degne di un “inferno”. Nel corso degli anni gli inverni rosarnesi
sono stati scanditi da visite frequenti da parte di giornalisti, attivisti e
politici, oppure sono stati segnati da mesi a base di solitudine, freddo e
violenza, come quella balorda dei bulli di paese per i quali gli africani sono
stati troppo spesso un bersaglio facile ed una alternativa alla noia dei
pomeriggi di gennaio. La situazione, tuttavia, anno dopo anno, è rimasta
sostanzialmente identica.
L’alibi della clandestinità
“Sono clandestini. Non
possiamo fare niente”. E’ la frase più frequente che associazioni e semplici
cittadini si sono sentiti opporre dopo aver formulato una richiesta di intervento
urgente alla Cartiera. Eravamo nell’inverno del 2008. Magicamente, però, quegli
immigrati a favore dei quali non si può intervenire diventano i beneficiari,
magari indiretti, di numerosi progetti ed interventi promossi dalla provincia,
dalla regione, dalla società civile ed addirittura dal governo di destra. Se
questi progetti fossero diventati pienamente operativi gli africani che a
dicembre 2008 non avevano neppure acqua corrente, che vivevano tra cumuli di
spazzatura, a cui ad un certo punto sono stati persino tolti i bagni chimici,
che andavano ai campi con le ciabatte infradito e le magliette a mezze maniche
avrebbero potuto godere di un centro attrezzato (la “fabbrica” ristrutturata)
per fare attività sportiva e teatrale, corsi di avviamento al lavoro e di
“integrazione con i residenti”, rapporti con gli enti e le autorità pubbliche.
E cinema e laboratori didattici per lo studio e la formazione. Infine un museo
dell’agricoltura, con l’immancabile negozio di prodotti tipici.
Queste ultime idee erano tra
quelle contenute nel piano presentato il 2 gennaio 2008 al Comune, ovvero al
Commissario prefettizio dell’ente sciolto per mafia, da un gruppo di
associazioni locali, guidate dall’ex sindaco Saccomanno e capeggiate dal
Rotary.
La Provincia, nello stesso
periodo, metteva in moto un progetto rivolto a tutto il territorio provinciale,
con un budget da 400.000 euro, finalizzato – tra le altre cose – al
potenziamento dei servizi sanitari rivolti agli immigrati, alla costituzione di
“Info Point” per la sensibilizzazione ed all’erogazione di borse lavoro per
coltivare kiwi a Rizziconi.
Alla fine di gennaio, la
Regione avrebbe stanziato 50.000 euro, messi nella disponibilità dei comuni di
Rosarno e San Ferdinando; qualche settimana dopo, il ministro leghista Maroni
in visita a Reggio ne annuncia 200.000. Il “Dipartimento Libertà Civili” del
ministero dell’Interno, su indicazione del ministro in persona, annunciava
infatti di aver messo a disposizione del prefetto di Reggio Calabria 200 mila
euro per i “primi interventi assistenziali in relazione alla situazione di
forte disagio presente a Rosarno ed in altre aree della provincia per la
presenza di immigrati”. Il Viminale avrebbe inoltre chiesto al prefetto di
Reggio Calabria “di pianificare con i responsabili del governo del territorio
un progetto più articolato, da finanziare con il Pon sicurezza nell’ambito di
competenza del dipartimento libertà civili per quanto riguarda la gestione
dell’impatto migratorio”.
Dove sono finiti questi
soldi, o almeno quelli effettivamente stanziati per Rosarno? A metà aprile il
comune di San Ferdinando, competente per territorio sulla ex Cartiera, ordina
alla ditta fornitrice di ritirare i bagni chimici alla fabbrica: il contratto
di locazione è scaduto. Nuovi interventi? No, si torna indietro. In quei
giorni la Regione avrebbe erogato parte dei fondi annunciati, ed atteso la
rendicontazione degli enti locali. I WC venivano provvisoriamente spostati
dalla Cartiera e parcheggiati presso la “Rognetta” di Rosarno, luogo in cui
c’erano ancora migranti, ma anche bagni funzionanti locati dal comune
rosarnese. I bagni erano originariamente otto, cui se n’erano aggiunti altri
dieci dopo il famoso stanziamento di cinquantamila euro. La proteste degli
immigrati inducevano il personale della ditta a lasciare nella cartiera quattro
WC, comunque insufficienti per le esigenze delle persone ospitate. Ma perché togliere i bagni da un luogo in cui sono
necessari per allocarli inutilizzati in un altro, peraltro formalmente una ex
fabbrica diroccata? Perché costringere i migranti – in quel periodo ne
erano rimasi circa 150 - provati da un durissimo inverno e da una stagione
andata male all’ennesima protesta?
In una nota pubblicata
dall’Ansa, l’Osservatorio migranti notava giustamente che riportare i bagni
significava banalmente rendere “leggermente meno tragiche le condizioni di vita
di esseri umani che piano piano stanno abbandonando il nostro territorio in
cerca di lavoro in altre zone dell'Italia: appunto un dovere prima da uomini e
poi da amministratori”.
In primavera, i pochi
sfortunati rimasti a Rosarno per mancanza di alternative si ritrovano ancora
più poveri in mezzo ad un mare di soldi. Il panorama è nel complesso desolante. I consigli comunali di Rosarno,
Gioia Tauro e San Ferdinando sciolti dal governo di identico colore politico (i
primi due per mafia); i capannoni abbandonati nella zona industriale fantasma
testimoni muti ma eloquenti dell’uso che si è fatto del denaro pubblico; il
rimpianto senza rimedio dell’epoca d’oro della fiorente economia agrumicola
della Piana, distrutta con metodo da quella che l’ex sindaco Lavorato definisce
“filiera mafiosa”;
l’incapacità patologica di far seguire a proclami, stanziamenti, annunci da
conferenza stampa interventi minimi essenziali.
Il primo dell’Italia meridionale
Nel gennaio del 2007, alla
Prefettura di Reggio, veniva firmato un Protocollo d'intesa con l’obiettivo di
trasformare la “Cartiera” in un centro d’aggregazione sociale. “A Rosarno prima
realizzazione nell’Italia Meridionale: i lavoratori extracomunitari avranno una
casa”, annuncia la stampa locale.
Il centro sarà “destinato ad
ospitare gli extracomunitari nella stagione della raccolta degli agrumi. […] La
struttura, già in locazione provvisoria, sorgerà nell’ex cartiera Modul System”.
Il documento portava le firme dei sindaci di Rosarno (Martelli) e San
Ferdinando (Barbieri), del direttore dell’ASL 10, del presidente di “Piana
Sicura” e di quello di “Piana Ambiente” e di alcuni rappresentanti delle
organizzazioni di volontariato. I due comuni avrebbero avuto la disponibilità
della struttura grazie alla deliberazione adottata dal giudice del Tribunale
dell’esecuzione di Reggio Calabria, con la formula della “locazione
provvisoria”, in attesa di una successiva – e mai effettuata – asta
pubblica.
Dopo dieci anni l’idea sarà
riproposta, come abbiamo visto.
Ma al momento rimane solo il
ricordo dell’ultimo inverno. Lo scheletro di cemento, il tetto sfondato, pochi
bagni, docce disastrate, ed a volte non viene neppure raccolta la spazzatura.
Pioggia e freddo rendono la permanenza durissima. La protezione civile della
Regione prova ad intervenire (ipotesi tendopoli; conferenza stampa;
individuazione del terreno; no, qui non si può fare; allora intervenire alla
Cartiera; bene, vedremo), ma ben presto è impegnata a risolvere l’ordinaria
emergenza di un territorio in stato di dissesto. Il 13 gennaio 2008 un uragano
(definizione della Protezione civile nazionale) si abbatte sulla regione. Ma il
peggio deve ancora arrivare. Saranno settimane di piogge fortissime, freddo
pungente. Nella Piana l’umidità entra nelle ossa; alla “Cartiera” ci si
riscalda e si cucina bruciando rametti raccolti nei dintorni. Il fumo che
esalano è micidiale. Bisogna essere molto forti, sia moralmente che
fisicamente, per superare la prova dell’inverno rosarnese. A novembre un
ragazzo del Ghana non ce la fa, s’impicca. Gli altri tengono duro. Passerà pure
questo, se Dio vuole, come sono passati il Sahara ed i poliziotti libici, il
mare assassino e gli scogli di Lampedusa, i volontari coi guanti di lattice dei
CPT e i politici calabresi. Alla Cartiera una parte del tetto è rotta, e
nessuno la riparerà. Alla “Rognetta”, una ex fabbrica di trasformazione degli
agrumi in pieno centro che fa da “casa” per i maghrebini, il tetto non c’è da
tempo immemorabile.