Mercato globale e genetica, filiere lunghe e passaggi parassitari. Sfruttamento, schiavismo e mafia. L’economia agricola del Meridione produce pomodori, vini ed arance. Sono i prodotti della dieta mediterranea di cui siamo orgogliosi. Non possiamo però vantarci dei nuovi schiavi, i lavoratori stranieri senza documenti, i cosiddetti clandestini. Lavoratori in condizione servile schiacciati da un lato da leggi razziste, dall’altro da un sistema mafioso ed inefficiente che li opprime, e contro cui si sono già ribellati tre volte.
Anticipazione pubblicata su "il manifesto". L’articolo integrale è sul numero di Micromega (03/2010), dedicato alla destra.
«Non possiamo dare di più». Di fronte alle telecamere di tutte le televisioni nazionali, i produttori di Rosarno hanno spiegato che la paga per i raccoglitori stranieri - la nota tariffa di 20-25 euro al giorno - non può aumentare. I loro colleghi pugliesi, campani e siciliani dicono più o meno la stessa cosa. L`agricoltura è in crisi, e di conseguenza i salari sono bassi. Ma le cose stanno veramente così? In realtà, il consumatore e il bracciante sono gli ultimi anelli - quelli più deboli - su cui scaricare le storture del sistema. Per esempio i passaggi inefficienti o estorsivi della filiera lunga: dal trasporto egemonizzato dal gommato fino ai mercati generali, come quelli di Milano e Fondi, «infiltrati» da camorra e `ndrangheta. Oppure, le forniture (cassette e materiale di confezionamento), anche queste spesso imposte a prezzi maggiorati dalla criminalità.
E persino elementi da feudalesimo: le guardianie sui terreni oppure la misurazione «ad occhio» del frutto pendente sull`albero ad opera di inqualificabili «professionisti». O ancora usurai che anticipano il costo delle sementi e dei macchinari. Basterebbe eliminare solo uno di questi elementi distorti per pagare un salario dignitoso, evitare che i lavoratori africani dormano sotto gli alberi, nei casolari diroccati, nelle ex fabbriche col tetto in amianto, persino all`interno di silos di metallo.
Via crucis
Il 7 gennaio del 2010 alcuni sconosciuti sparavano con un fucile ad aria compressa contro due lavoratori africani, tra cui un togolese venuto in Europa per chiedere protezione umanitaria. La rivolta dei migranti di Rosarno causerà la reazione degli abitanti del paese: una feroce caccia all`uomo, decine di feriti, 1.500 uomini di colore sgomberati in poche ore. Un evento che ha scosso l`Italia, ha posto importanti interrogativi sul rapporto del nostro paese con l`immigrazione e la mafia, ha avuto echi in tutto il mondo. Un evento che ha finalmente posto all`attenzione generale il problema dell`agricoltura al Sud: di chi la fa, di nascosto. E di come la fa.
San Nicola Varco, Palazzo San Gervasio, Rosarno, San Severo, Vittoria, Castel Volturno, Cassibile sono i paesi del sud dove una nuova schiavitù è stata «scientificamente» prodotta da leggi inumane e razziste e gestita sotto la pressione della criminalità. Abbiamo viaggiato per le campagne di cinque regioni, ricostruendo la storia dei prodotti - come il pomodoro del Ragusano o le arance della Piana di Gioia Tauro - e il contesto in cui nascono. Ecco alcuni esempi.
Filiera mafiosa
A novembre 2009 mancano due mesi ai «fatti di Rosarno». Nessuno ancora comprende la miscela esplosiva che si sta creando. Alla stazione di Villa San Giovanni la polizia controlla i documenti di due magrebini in attesa del treno per la Piana. Gli agenti Polfer si accontentano di un paio di moduli, che sembrano le ricevute di ritorno di una raccomandata. Vanno via. Arriviamo alla stazione di Rosarno: un carabiniere prende il caffè indossando il giubbotto antiproiettile, fondina e pistola bene in vista. Appena fuori, un nero alto cammina sulla nazionale, senza togliersi il cappuccio della felpa. Tra breve sarà buio. A pochi passi dalla stazione, un negozio di ferramenta - con la saracinesca da tempo immemorabile crivellata da grossi pallettoni, di quelli che si usano per la caccia al cinghiale - questa volta appare devastato. «Come mai è chiuso?», chiediamo. «Ogni tanto apre e chiude».
Nelle strade di campagna incrociamo una fila di tir targati Polonia. «Prendono le clementine». Si tratta di ibridi tra arance e mandarini, si raccolgono tra novembre e dicembre e sono pagati più delle altre qualità. Finiranno sui banconi dei supermercati dell`Europa orientale. Si esportano i frutti, dunque, e si importano lavoratori. Entriamo all`interno di un`azienda agricola, dove incontriamo un produttore che arriva subito al cuore del problema. «È una specie di "freno a mano" dell`economia», dice. «C`è un monopolio dei materiali (le cassette, il necessario per l`imballaggio) e uno del trasporto. La cassetta, per esempio, invece di 60 centesimi costa 70, e non puoi andarle a prendere fuori. Chi ci ha provato ne ha pagato le conseguenze. Chiamiamolo "monopolio ambientale". Noi ne compriamo poche, ma 10 centesimi a cassetta di margine sono una bella cifra per una grossa azienda. È un pizzo indiretto, così come quello dei trasporti, organizzati da famiglie criminali.
Noi siamo insignificanti, ma se fatturassimo 3 milioni di euro saremmo "appetibili". Anche i commercianti soffrono di questa situazione. Non puoi comprare le clementine dove vuoi. Per ogni zona, devi prima rivolgerti a personaggi strani, i cosiddetti guardiani. Per questo noi evitiamo di comprare in zona e commercializziamo solo i nostri prodotti». È più facile vendere in Austria o Germania che al mercato sotto casa. Eppure, specializzandosi, privilegiando la qualità e mettendosi in contatto con l`Europa è possibile sopravvivere alla crisi.
Fascia trasformata
Le prime rudimentali serre le hanno costruite negli anni Cinquanta, coprendo le piantine con le pale dei fichi d`India. Volevano mettere a frutto questa terra rossa, fertilissima, africana: siamo tra le province di Ragusa e Caltanissetta, a sud di Tunisi. Oggi le serre - gioielli tecnologici a temperatura controllata o capanne di legno e plastica - si estendono a perdita d`occhio da Vittoria a Licata. Arrivano fino al mare e servono a consegnare sulle tavole dei consumatori europei ortaggi in ogni periodo dell`anno. «Esportiamo il ciliegino in Europa: il cocktail e il datterino per l`Inghilterra, i verdi e il grappolo da insalata rimangono in Italia», spiega un produttore.
La storia inizia in Israele, in Olanda o negli Stati Uniti, dove le multinazionali della genetica hanno brevettato il seme. Si deve comprare da loro, per forza. «Il mercato è stato ingabbiato, non esiste più l`ecotipo locale, è tutto ibrido di prima generazione non riproducibile: la genetica di quel prodotto è sottoposta a un brevetto di una specifica ditta». Ma non si possono ripiantare i semi? «Alla seconda generazione si ha segregazione, cioè perdita dei caratteri originari della varietà». In altre parole, la pianta che crescerà sarà di una specie diversa dal ciliegino.
Da sole a sole
«Mi pagano tre euro per ogni cassa di pomodori che riesco a riempire. Sono in Italia da tre anni. Lavoro saltuariamente e solo nelle campagne. Mi sposto con l`andare della raccolta», dice Rabat, 24 anni, che dorme nella tendopoli abbozzata dagli stessi migranti nelle campagne di San Severo, nei pressi di Foggia. «Lavoro due giorni su dieci e mangio quando posso e quello che riesco a trovare nelle terre dove lavoro. Il mio è un continuo viaggiare. Mi sento come un bisonte che segue la mandria in cerca di lavoro. A maggio vado a Cassibile, vicino Siracusa, dove si raccolgono le patate. Per una intera giornata di lavoro il padrone mi paga 40 euro. In primavera in Sicilia c`era molto lavoro, ma altrettanti controlli. Dopo l`estate, me ne vado a raccogliere l`uva da tavola, durante l`inverno sono invece a Rosarno per le arance. Lì dormo in un`ex fabbrica chiamata Rognetta. Oppure andiamo più a nord, a Schiavonea: 30 euro e 12 ore di lavoro. Dormivo in una stanza che avevo affittato e gran parte dei soldi andavano via per questo».
Nel Foggiano la giornata nei campi inizia alle cinque: si lavora «da sole a sole», cioè dall`alba al tramonto. Vediamo un centinaio di migranti, equamente divisi tra eritrei - che quasi sempre hanno in tasca un permesso di soggiorno per motivi umanitari - e magrebini. Vivono in tende di fortuna dispersi tra le piantagioni dei pomodori, che arriveranno alle industrie di trasformazione e diventeranno i pelati destinati al mercato interno e all`esportazione. Saranno l`emblema della dieta mediterranea, ma sono raccolti in queste condizioni. La manodopera straniera costa 3 euro a cassettone che, per una giornata lavorativa di 8 ore, si traduce in meno di 20 euro netti. Da aprile a ottobre, secondo gli elenchi anagrafici dell`Inps, sono occupati nel territorio circa 45 mila lavoratori. Di questi, 16 mila sono stranieri, un dato che è cresciuto dai 4.500 del 2006 ai 14 mila del 2007, ma l`80% della manodopera straniera è al di sotto delle 51 giornate necessarie per l`assistenza previdenziale.
Secondo i dati resi noti in occasione della campagna «Dal reality alla realtà» della Flai Cgil, in tutta la provincia di Foggia ci sono 560 mila ettari coltivati. Di questi, 530 mila appartengono ad aziende parcellizzate, cioè di due o tre ettari. Quelle con più di 20 ettari sono solo il 15 per cento. Per verificare la presenza della manodopera straniera nelle campagne, la regione Puglia ha varato la legge 28/2006 e applicato gli indici di congruità, il rispetto dei quali «è condizione per l`accesso a qualunque beneficio economico e normativo, per la partecipazione a bandi e gare». Il limite è che la legge si applica solo alle aziende che chiedono finanziamenti pubblici. Tutte le altre sono escluse. C`è, secondo i sindacalisti, un gap tra le aziende che non dichiarano giornate e altre che ne dichiarano 10 mila in esubero. Chiaramente c`è una compravendita. Il sistema di produzione foggiano è complesso: da un lato c`è la produzione, dall`altro la trasformazione. «Chi determina il prezzo è sempre il commerciante, prevalentemente campano». I campi sono in Puglia, le industrie nel salernitano o nel napoletano. E i camionisti sono quelli che ci guadagnano.
Le terre del marchese
«Non parlo la vostra lingua», dice Mohamed, meno di 30 anni, marocchino, «preferisco passare il tempo con gli arabi, non parliamo molto con gli italiani». Sono le cinque del mattino nella piazza centrale di Cassibile, un paesino di 5 mila anime del Siracusano. Da maggio ad agosto si viene qui per la raccolta delle patate. È ancora buio ma gli stranieri sono già disposti nei due lati della piazzetta: da una parte ci sono quelli del Mali, dall`altra i migranti venuti dall`Est e i magrebini che spesso non vengono «ingaggiati». C`è una guerra tra poveri. Africani e neocomunitari sono in competizione in tutte le campagne del Sud. L`ingresso massiccio di bulgari e romeni, che non hanno più problemi ad attraversare le frontiere, ha sconvolto equilibri consolidati e abbassato il prezzo della manodopera. Infatti, la paga richiesta da un magrebino in media si aggira intorno a 35-40 euro, quasi al minimo sindacale, mentre la manodopera dell`Est viene pagata circa 20 euro per una giornata di lavoro.
«Veniamo qui tutte le mattine e aspettiamo che ci vengano a prendere per andare nei campi», continua Mohamed. «Non lavoro tutti i giorni, quando capita per un`intera giornata di lavoro mi danno circa 40 euro, ma di questi me ne restano pochi. La prima parte va ai caporali, circa 4 euro a testa per essere accompagnati nelle terre, penso che sia giusto, mettono la benzina, è una cosa che serve a tutti».
Il caporale è una figura storica della tradizione siciliana. Negli anni Cinquanta accompagnava i braccianti nelle terre dei signori per poi riportarli la sera nella piazza del paese. Quasi nessuno degli stranieri va al Nord, dove la campagna richiede manodopera specializzata. Si arrangiano nei terreni del marchese di Cassibile, ultimo discendente di un`antica famiglia di feudatari: dormono in mezzo alle piante, senza acqua, letti e servizi igienici.
Inadeguati
«I prodotti da banco devono essere sicuri, buoni e belli», ci dice Salvatore Lo Balbo, segretario nazionale della Flai. Il viaggio nelle campagne del Meridione non mette soltanto in evidenza le spaventose condizioni dei lavoratori, ma anche l`assoluta inadeguatezza del ceto imprenditoriale. Gente di livello culturale spesso molto basso, poco o nulla propensi a rispettare norme anche basilari, poco integrati in un tessuto economico che ormai per tutti è quello della globalizzazione. Quasi sempre rimasti a un`agricoltura primitiva, divisi e diffidenti; accettano imposizioni e angherie da feudalesimo, trascurano ricerca e sviluppo ma sono attentissimi a trovare - insieme al «consulente» - tutte le scappatoie per evadere il fisco o i contributi dei lavoratori.
Oggi, invece, l`agricoltura richiede competenze avanzate (dalla genetica alla chimica), una gestione informatizzata della logistica e dell`amministrazione, la meccanizzazione delle attività, la conoscenza delle lingue (per dialogare con i compratori esteri o anche solo per partecipare alla fiera di Berlino, la più importante del settore). Richiede capacità di muoversi in ambito finanziario, calcolare rischi, ammortamenti e trend di mercato. Oppure l`abilità di inserirsi nelle nicchie, dai prodotti di qualità al biologico, mettendosi in contatto diretto coi consumatori. Invece, spiega ancora Lo Balbo, «stiamo assistendo a una "jeeppizzazione delle campagne". Gli agrari pensano allo status symbol, al conto personale e non a quello aziendale». Occorre rimpinguare il primo e tenere in pareggio o in perdita il secondo, per nascondere al fisco il reddito reale.
Aria di neve
«Le norme sull`immigrazione rendono più ricattabile il lavoratore. È come se lo Stato dicesse al produttore: "Non ti posso aiutare, ma ti permetto di rifarti sull`anello piu` debole". Il pacchetto sicurezza è una dichiarazione di guerra ai lavoratori immigrati tout court: sono norme che colpiscono anche i regolari», afferma Piero Soldini, responsabile immigrazione Cgil. «Il governo italiano preferisce l`immigrazione irregolare», continua, «per avere lavoratori ricattabili e senza diritti che sostengano quell`economia informale che rappresenta un quarto dell`economia nazionale».
I migranti, resi ricattabili da una legislazione oppressiva, fuggono ormai dal Nord e finiscono nelle varie «Rosarno» d`Italia. Nelle zone egemonizzate dalla Lega - e dai suoi imitatori - il clima è diventato impossibile. La più famosa è quella di Coccaglio, vicino Brescia: è l`iniziativa anti-immigrati chiamata «White Christmas». Ma non è certo l`unica. A Cantù, c`è un numero verde per segnalare la presenza di irregolari. Ad Adro, nel Bresciano, un premio di 500 euro ai vigili urbani per ogni «clandestino» individuato. Ad Alassio, il divieto di trasporto di mercanzia in borsoni e sacchi di plastica. Stessa cosa a Firenze e Venezia. A Cittadella (Padova), schedatura di tutti gli stranieri.
Un freddo cane al Nord, la violenza senza misericordia della mafia al Sud. I migranti stanno sperimentando il peggio dell`Italia. E la nostra incapacità di guardarci allo specchio e trovare - subito - soluzioni efficaci. Prima che tanta gente ignorata, sfruttata, perseguitata e vilipesa si stanchi. E reagisca, come a Rosarno.
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