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Fatti di Rosarno, il racconto di quei giorni - terrelibere.org
   10 marzo 2010 - Migranti
Fatti di Rosarno, il racconto di quei giorni
terrelibere.org terrediconfine - autore dell"articolo Michele Trungadi   Statistiche di lettura - terrelibere.org Questo articolo è stato letto 991 volte
Un volontario dell`Osservatorio Migranti "Africalabria" racconta le ore concitate dei fatti di Rosarno. Il dolore - non solo fisico - degli africani feriti, le devastazioni, gli attivisti costretti a nascondersi. Ma anche l`opera di salvataggio dei migranti sparsi nelle campagne. Oltre le semplificazioni, emerge un contesto estremo, che paga una presenza mafiosa opprimente e le scelte sconsiderate di un falso sviluppo.

Il pomeriggio del 7 gennaio mi chiama Giuseppe, un altro componente dell’Osservatorio che, a differenza di me, vive a Rosarno. Mi dice: “Michele, hanno sparato a uno dei ragazzi africani che vive alla fabbrica. E’ stato ricoverato all’ospedale di Gioia Tauro”. Mi precipito lì dove, oltre a Giuseppe, trovo due poliziotti e i ragazzi di Medici Senza Frontiere che in quei giorni stavano operando sul territorio.

Il ragazzo ferito, Aiyva del Togo, dopo la giornata di lavoro era andato a comprarsi da mangiare. Lungo la statale 18, che collega Rosarno a Gioia Tauro , è stato ferito all’altezza del pube con un’arma ad aria compressa, da balordi a bordo di un Suv. Fortunatamente, due paia di jeans che aveva addosso per ripararsi dal freddo gli hanno limitato i danni. Ma nel suo volto gli si leggeva lo stesso il dolore e non certo quello provocato dai piombini, ma ben altro… Dopo aver pianificato alcune cose con Medici Senza Frontiere, mi accingo a riportare al loro dormitorio nella fabbrica Eric e Juba, che avevano accompagnato in ospedale il ragazzo ferito. La fabbrica, che in origine doveva essere una raffineria di olio, venne costruita dalla Regione Calabria negli anni ’70, ma non entrò mai in funzione. Lascio i due ragazzi lì, invitandoli di effondere negli altri ragazzi la calma, perché la polizia ci avrebbe dato sicuramente una mano per scoprire i balordi cacciatori di uomini neri.

Ma, nel giro di mezz’ora ci arriva la notizia che a nord del paese, nell’altra “bidonville”, la Rognetta, seconda fabbrica dismessa, altri ragazzi erano stati colpiti dalla stessa mano. Con Giuseppe ci precipitiamo in quel posto, dove, però, era già iniziata la rivolta. Nonostante la tensione e le urla “italiani razzisti”, entriamo e cerchiamo di capire cosa fosse successo. Troviamo Musa, uno dei più anziani, del Gambia, il quale ci dice che a poche centinaia di metri da lì alcuni ragazzi, che erano andati anche loro a far la spesa, erano stati colpiti da un auto in corsa. Quanti erano stati feriti non si capiva. Allora insieme a Musa e a un altro ragazzo africano, amico di uno dei feriti, usciamo dalla Rognetta e cerchiamo di capire in quale ospedale fossero stati portati. Dopo una serie di telefonate, riusciamo a capire che l’ospedale è quello di Polistena.

In mezz’ora ci precipitiamo lì, di ragazzi feriti ce n’è solo uno, Jacuba, anche lui colpito dalla stessa arma, però ad un fianco e per fortuna non riporta lesioni gravi. Naturalmente, parlo del dolore fisico, ma nei suoi occhi ho visto la stessa rabbia, la stessa incredulità e la stessa tristezza del ragazzo ferito che avevo incontrato prima. Mentre eravamo all’ospedale di Polistena i nostri telefoni erano un continuo squillare. Gente che chiedeva informazioni, gente che ci informava di quello che stava accadendo per le strade di Rosarno. Il paese era inaccessibile, sembra che le forze dell’ordine avessero bloccato tutte le strade e che “l’uomo nero” stesse distruggendo tutto quello che incontrava per strada. In nottata, quando le notizie che ci pervenivano davano una situazione più tranquilla, lasciamo l’ospedale e ci dirigiamo verso il luogo della rivolta. Prima portiamo Musa ed il suo amico nei pressi della Rognetta, poi io accompagno Giuseppe in paese. Lungo il tragitto, lo scenario era surreale: tante vie erano state devastate, lungo le strade c’era di tutto, alcune erano intransitabili, intere file di macchine ammaccate e con i vetri sfondati.

Lascio Giuseppe e la sua preoccupazione davanti al suo portone e mi dirigo pure io verso casa. Ma il mio pensiero era uno solo e non riesco a non ritornare alla fabbrica dove c’era stato il primo ferimento. Incamminandomi, però, trovo la strada bloccata ed in lontananza si vedevano tanti lampeggianti e diverse macchine in fiamme. La rivolta si era spostata lì ed è durata tutta la notte. A questo punto, capii che la mia presenza non serviva più a nulla ed un grande senso di impotenza mi travolse. Così, presi la strada per casa, ma per tutta la notte non riuscii a dormire.

Ammazzateli

L’intera giornata successiva la trascorsi sulle strade di Rosarno, fisicamente da solo, ma in contatto telefonico con tantissime persone. Giuseppe, purtroppo, si era dovuto nascondere. Lui era molto esposto in paese. Solo perché si rendeva utile per questa povera gente, era stato subito indicato come il cospiratore di questa rivolta. Ho cercato di mediare con i ragazzi ancora in rivolta e di collaborare con le forze dell’ordine che, ancora il giorno dopo, stentavano ad arrivare. Ho accompagnato qualche amico giornalista nei luoghi di distruzione, ho sentito qualche mio amico bianco di Rosarno che mi raccontava l’accaduto. Ma, soprattutto nella tarda mattinata, ho vissuto momenti di vera paura quando ho iniziato a vedere diversi gruppi di uomini bianchi armati di spranghe e bastoni alla disperata ricerca del “nero” da picchiare e donne che dai balconi urlavano: “Ammazzateli, ammazzateli.” Ma, oltre che dalla paura, venivo colto dal solito grande senso d’impotenza.

Il giorno dopo ancora, abbiamo cercato di convincere tutti i ragazzi, oramai rinchiusi dentro la bidonville dell’Esac, ad andare via, perché per loro era molto pericoloso rimanere. Tanti ne erano convinti, ma tanti altri non sapevano dove andare e molti non volevano partire perché ancora dovevano essere pagati. Allora, ci siamo fatti dare i numeri di telefono dei loro datori di lavoro, alcuni hanno risposto e sono venuti a portare i soldi, altri sono stati irraggiungibili per tutta la giornata. Ci siamo sentiti un po’ complici di quella che, sotto alcuni aspetti, è sembrata una deportazione di massa. Ma abbiamo ritenuto che in quel momento fosse l’unica cosa da fare. Circa 1200 ragazzi sono saliti sui pullman e smistati tra Crotone e Bari. Però, almeno un centinaio, che si trovavano sparsi nei casolari di campagna, li abbiamo accompagnai ai treni con le nostre macchine per farli partire “liberi” e di questo siamo veramente orgogliosi…

Perché

Per poter capire alcune situazioni, a volte incomprensibili per chi non è del posto, bisogna innanzitutto dire che stiamo parlando di avvenimenti accaduti in un territorio che interessa tre comuni: Rosarno, Gioia Tauro e San Ferdinando. Si tratta di tre comuni dove le amministrazioni comunali sono state sciolte per infiltrazioni mafiose. Tre comuni dove regnano le famiglie ndranghetiste più potenti in assoluto. Quindi, un territorio con centinaia di affiliati mafiosi. In questo territorio, nei primi anni ’90, il nostro governo, i nostri uomini politici che fanno? stirpano centinaia di ettari di clementine per costruire uno dei più grandi porti del mediterraneo. Quindi, aprono una strada immensa per tutti i traffici di questi signori. Tutti siamo consapevoli di cosa arriva e cosa parte dai porti.

La piana di Gioia Tauro era un territorio rigoglioso dove, oltre alle clementine, regnavano gli ulivi secolari. Un territorio dove, se qualcuno si fosse interessato seriamente allo sviluppo del posto, l’agricoltura ed il turismo avrebbero potuto rappresentare il volano per queste terre. Invece, oltre al porto e alla costruzione di un’area industriale con decine di fabbriche, che dopo aver usufruito dei finanziamenti della legge 488 hanno chiuso, hanno costruito un inceneritore, una centrale a turbogas, uno dei più grandi depuratori, malfunzionante. Ci sono progetti per altre centrali a turbogas, centrali a biomasse, mega discariche e, come ciliegina sulla torta, un bel rigassificatore che, oltre ai tanti rischi che potrebbe apportare, abbasserebbe la temperatura delle acque del mare circostanti di ben 5 gradi.

Hanno devastato un territorio ed hanno dato linfa vitale a tutte le famiglie mafiose. In questi territori, questi intrecci mafiosi hanno prodotto uno stato di paura nella popolazione, creando una cappa di omertà che a volte ti fa mancare l’aria. Questo è quello che si respira a Rosarno.

L’esempio emblematico è personificato da quei ragazzi che, alla manifestazione voluta dalla popolazione un paio di giorni dopo per dire al mondo intero che Rosarno non è razzista, avevano preparato uno striscione contro la mafia. Intimoriti e impauriti dagli abitanti stessi, sono stati costretti ad arrotolarlo. E allora rifletto: se i giovani non riescono a trovare il coraggio di liberarsi da queste catene, in quel posto non ci sarà mai alcuna speranza per nessun futuro. L’economia del posto era prettamente agricola, centinaia di ettari di agrumi tra mandarini, arance e tant’altri di ulivi. Le politiche comunitarie e gli aiuti dati in maniera sbagliata, e mai seriamente vigilati, hanno devastato l‘agricoltura in modo che, oggi, i contadini sono costretti a lasciare marcire i frutti sulle piante, perché il prezzo di mercato oscilla tra i 5 ed i 15 centesimi al kg.

Quindi, tanti di questi migranti arrivati qui per questi lavori stagionali, si sono trovati senza la possibilità di riuscire a guadagnare neanche quelle misere 25 euro al giorno. A questo si aggiunge un numero sempre maggiore di ragazzi africani che negli ultimi tempi sono arrivati qua, frutto della crisi economica del ricco Nord Italia. Ragazzi che prima lavoravano nelle fabbriche di Verona, di Treviso, di Brescia, di Torino, si sono trovati licenziati senza sapere più dove andare. E quindi, come ultima spiaggia, hanno scelto le bidonville di Rosarno. Le inadeguatezze sociali diverse per ognuna di queste realtà si sono incontrate e scontrate; ecco la scintilla che ha dato origine alla deflagrazione da parte di alcuni balordi.

Il passato

Voglio esprimere i miei personali pensieri su tutto quello che è accaduto e sulla situazione che questo paese sta vivendo. Oggi, in Italia siamo governati da uomini, che forse hanno dimenticato il passato, hanno rimosso che anche noi siamo stati, ed ancora lo siamo, un popolo di migranti. Hanno coniato una legge (la c.d. Bossi-Fini) che è uno schiaffo all’umanità, una vergogna. Considerare “clandestino” un essere che fugge dalla miseria e dalle guerre civili è ignobile. Il trattato Italia-Libia è vergognoso. Foraggiare il colonnello affidandogli queste povere anime e senza minimamente chiedersi cosa fa il governo libico a questa povera gente, è vergognoso. E mi vergogno anche quando sento le dichiarazioni del ministro Maroni secondo cui questi avvenimenti sono stati causati dalla nostra eccessiva tolleranza. Finché l’Unione Europea, l’ONU, l’intero mondo occidentale non si adopereranno seriamente per risolvere i problemi di questi nostri fratelli nei loro paesi, le migrazioni non cesseranno mai. Ed i fatti come Rosarno continueranno a ripetersi anche in posti meno malavitosi, si espanderanno ovunque. Concludo con alcuni versi di uno tra i maggiori poeti calabresi, anche lui costretto a lasciare la propria terra.

Siamo

i marciapiedi

più affollati.

Siamo

i treni

più lunghi

Siamo

le braccia

le unghie d’Europa.

Il sudore Diesel.

Siamo

il disonore

la vergogna dei governi.

Il Tronco

di quercia bruciata

il monumento al Minatore Ignoto

Siamo

un’altra volta

la fantasia

degli Dei

Milioni di macchine

escono targate Magna Grecia.

Noi siamo

le giacche appese

Nelle baracche nei pollai d’Europa.

Addio,

terra.

Salutiamo, è ora.

Franco Costabile, Canto Dei Nuovi Emigranti

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