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Messina, un inverno d`inferno - www.terrelibere.org
   18 aprile 2010 - Nella città del Ponte
Messina, un inverno d`inferno
terrelibere.org terrediconfine - autore dell"articolo Manuela Modica       Statistiche di lettura - terrelibere.org Questo articolo è stato letto 830 volte
La provincia di Messina ha vissuto in inverno spaventoso: si sbriciolano le montagne, si perdono le case, si viene accolti negli alberghi o dagli amici. Si resta senz’acqua. Si perde tutto, pure la vita. Storie paradossali, come quella del reparto d`ospedale appena inaugurato e alluvionato. O gli interventi in ritardo e mai strutturali. Il dramma di un territorio da anni devastato, e che ora presenta il conto.

La professoressa Germana Lanzafame si alza all’alba. Per svegliarsi niente è meglio di una doccia, ma non può: le tubature degli acquedotti che riforniscono Messina d’acqua sono rotti. E’ stata la pioggia, sono state le frane, a Santa Margherita e San Giovannello, che hanno danneggiato le tubature di tre acquedotti. Messina resta senz’acqua per un’intera settimana. La professoressa Lanzafame, come tutti i messinesi, si lava a pezzi, si arrangia con le bacinelle d’acqua. Finalmente esce e percorre i chilometri che la porteranno a Caronia, due ore di strada circa. Lei però ci va solo per mettere una firma e tornare indietro, a casa. Insegna alla scuola media, ma dopo l’1 marzo, la sua scuola non c’è più. C’e stata la pioggia, ci sono state le frane. La scuola è venuta giù con la montagna. È un inverno d’inferno quello vissuto nella provincia di Messina: si sbriciolano le montagne, si perdono le case, si viene accolti negli alberghi o dagli amici. Si resta senz’acqua. Si perde tutto, pure la vita.

La famiglia Alfieri viveva a Roma, ma a Caronia, nei monti Nebrodi, lasciava il cuore e soprattutto l’operosissimo nonno. Faceva il bidello, e piano piano, sacrificio dopo sacrificio era riuscito a mettere da parte i soldi per comprare una casa, così che il figlio potesse tornare in Sicilia. Gli Alfieri non ci pensano tanto, Roma è cara, a Caronia c’è una casa di prorprietà che li aspetta, un paese tranquillo sui bellissimi Nebrodi dove è più facile, tranquillo vivere. Così nel 2001 decidono di tornare a casa, dal nonno, e cresecere lì i due figli di 7 e 6 anni, maschietto e femminuccia. In quella casa che dopo l’acquazzone dell’1 marzo non c’è più: «Quella sera avevamo notato qualcosa di strano: si aprivano le porte e gli sportelli dell’armadio all’improvviso, Ma mai avremmo potuto immaginare cosa ci stava aspettando», racconta Salvatore, che oggi ha 16 anni. E continua: «Il 2 marzo la casa era ancora in piedi, i soccorsi erano concentrati sulla parte superiore del paese. Poi una nostra vicina che abita un po’ più sotto ci ha avvertito che la strada si stava sollevando, di muoverci in fretta. Abbiamo preso il necessario e siamo andati da mia nonna. Pensavamo di poter andare a riprendere qualcosa il giorno dopo, ma l’indomani la casa non c’era più».

Venuta giù come un birillo, con altre case vicine, con l’officina del meccanico. Una vallata franata come fosse mollica, la contrada Lineri e la contrada Ricchiò, 50 ettari per un fronte di 200 metri quadrati: «Mio nonno è scomparso due anni fa e non ha potuto assistere a che fine hanno fatto i suoi sacrifici, almeno lui non ha visto». Ha così inizio il calvario degli Alfieri, senza la casa, ospitati prima dalla nonna, poi all’albergo di Caronia Zà Maria, infine ospiti da amici. Ma quella degli Alfieri è la storia e il disagio di tante famiglie vittime del dissesto idrogelogico venuto alla luce con violenza in tutto il messinese.

Da Giampilieri a San Fratello, per citare solo i due esempi più eclatanti, dal 2 ottobre al 14 febbraio, e ancora dopo. A San Fratello la frana ha l’aspetto di un serpente, striscia tra le strade del paese, le spacca, le apre. Viene da sotto, come fosse un vulcano. Il serpente si insinua nella quotidianità degli abitanti nebroidei, sconvolgendoli la vita. La Scuola elementare e media, la chiesa, il centro sociale, la piazza: la normalità del paese è compromessa. Un paese che ha un’identità tanto forte da avere una lingua a parte: “Ghe ‘n ciagn cian cian d’ciai: c’è una piazza piena di giochi”, è la frase più conosciuta del gallitalico di San Fratello. Un dialetto che non ha nulla a che vedere col dialetto siciliano, reminiscenza della dominazione normanna e dell’emigrazione a 640 metri dal livello del mare di popolazioni dal nord Italia. Ma è soprattutto famoso per essere il paese d’origine di Bettino Craxi, dove era nato il nonno Benedetto.

Anche qui, come a Giampilieri, si alternano i politici – Stefania Prestigiacomo, Raffaele Lombardo e Stefania Craxi, è chiaro -, e non può mancare il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. Così che in un mese San Fratello ottiene solo 640 mila eruo, per le spese degli alberghi, le opere d’emergenza e il monitoraggio di quel serpente che è un fenomeno tutto da studiare pure per i geologi. «Ma anche in questa vicenda triste rimaniamo pazienti, compatti e non perdiamo le nostre tradizioni: siamo gli unici a commemorare la morte di Gesù festeggiandola e lo faremo anche quest’anno», commenta Salvatore Mangione, presidente del comitato di San Fratello, nato dopo la frana. Così anche quest’anno, per Pasqua,  verrà celebrata la suggestiva festa dei giudei, una festa popolare che risale addirittura al medioevo una rappresentazione estremamente suggestiva chee ricorda i Giudei che percossero e condussero Cristo al Calvario. Così che gli sfollati indosseranno lo stesso la la giubba, i calzoni di mussola rossa e indosseranno la maschera sbirrijan.

Caronia, San Fratello, ma anche Sant’Angelo di Brolo, Sinagra, Ficarra, San Salvatore di Fitalia, Raccuja, Tortorici. L’elenco dei paesi dei Nebrodi colpiti dalle frane è fin troppo lungo. Una situazione al collasso che scivola pure sulla costa fino a Capo d’Orlando. Così i sindaci di 40 comuni organizzano una grande manifestazione di piazza per protestare contro l’abbandono. Ma non basta, e a un mese di distanza dalla protesta sono ancora sul piede di guerra. Il sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni, non fa più alzare la bandiera italiana durante i consigli comunali: «Non lo faccio da quando è mancato il voto dei parlamentari messinesi per l’emndamento che metteva a disposizione 100 mila euro per Giampilieri. Abbiamo protesta lo scorso 19 febbraio e protestiamo ancora per il modo di gestire il territorio di questi  politici. Una politica che si basa su forme di spartizione che superano i bisogni del territorio.

Politici come Candeloro Nania o Ninì Germanà, entrambi di calibro diverso ma con uno stesso comune denominatore: cristallizzare la loro posizione di potere, che è pure comprensibile ma c’è modo e modo: c’è chi difende il proprio territorio, come la Lega nord – seppure dispiaccia dirlo – e chi si cura soprattutto che il proprio territorio taccia i problemi.  Anche ad Alcara Li Fusi e Falcone l’anno scorso ci sono stati danni gravi causati dalle frane, e in questi territori non è arrivata alcuna risorsa, il Comune c’ha messo 1 milione 700mila euro e in 16 mesi ha ottenuto il rimborso solo del 50 per cento della cifra uscita. Come può una comunità così minuscola farsi carico di una spesa simile? Cosa dovremmo fare noi sindaci, non diamo più assistenza agli anziani, non imbianchiamo le scuole? Non diamo più alcun servizio? Alzeremo forte la voce perché tutti i cittadini dei Nebrodi vedano rispettati i loro diritti».

Avevo la strada sul fronte orientale inaccessibile, dopo 14 giorni di questa situazione ho mandato i miei mezzi, e poi sono corsi anche i mezzi della protezione civile». Se la situazione sui Nebrodi sembra infuocata, più calma, invece, appare Giampilieri. «C’è stato un ritardo di qualche mese, in effetti, racconta Corrado Manganaro, presidente del comitato “Salviamo Giampilieri” – ma da gennaio in poi si è andati spediti: una buona parte dei lavori sono stati appaltati, e si sta lavorando. Gli altri saranno appaltati a breve».

Centodiciasette milioni di euro per Giampilieri, travolta dalla tragedia del 2 ottobre e da ben 18 lutti. Cinque mesi dopo un piccolo albero nella piazza del paese fiorisce: è una visione insolita per chi nella memoria ha impresso il fango. Quei giorni in cui si scavava e si estraevano corpi sono indelebili. La visione straziante dei bimbi Lonia estratti morti dopo molti giorni. Quella dei fratelli Maugeri, di 23 e 22 anni, morti nel fango abbracciati: «Non riuscivano a staccarli da quell’abbraccio, dopo», ricora commosso Manganaro.

Le ferite di questo paese sono troppe, e nonostante il sole che annuncia la primavera,  i muri delle case ancora sporchi di fango gridano ancora quell’orrore. La domenica mattina, però, si prova una normalità. Un terzo della popolazione evacuata è tornata in paese. Ma non c’è più la rosticceria, il parrucchiere, il bar, il tabacchi. Si arrangia Angelo Rizzo, gestore di uno dei due bar, con un gazebo in piazza, e una macchinetta per il caffè. Pur di continuare a lavorare ha rinunciato al sussidio di mille euro al mese che è stato garantito agli abitanti di questa zona, vittime dell’allluvione di ottobre.

Ci prova Angelo Rizzo, ci prova l’albero in fiore, ma gli abitanti sono scontenti: «Tornare in un posto in queste condizioni crea molta frustrazione. Molti non vedono progredire i lavori, ma soprattutto perché in questa fase i lavori non sono evidenti, si tratta di ripulire tutto, e con il solo Bobcat, che è l’unico mezzo che può passare da queste viuzze strette, i lavori vanno a rilento». A guardare le montagne che spalleggiano il borgo le lacerazioni nel terreno sono evidenti anche all’occhio non esperto: come una moquette in cui sono stati staccati pugni di pelo, così sembra. Un alluvione nel 2007, un’altra nel 2009, ancora più tragica, potevano scoraggiare gli abitanti a tornare ai piedi di quelle montagne, ormai temute. Eppure no: «Finché si tratta dei più anziani, non mi stupisce che non vogliano mollare i nostri luoghi – continua Manganaro – ma quando ho visto 100 ragazzi riuniti per ribadire la voglia di restare sono rimasto sbalordito, e contento».

Dalla loro i “giampiliroti” hanno una buona rappresentanza politica: Filippo Panarello, deputato regionale del Pd, è uno di loro. C’aveva provato lui dopo l’alluvione del 2007 a fare mettere in sicurezza una parte della montagna. Una richiesta di finanziamento partita dalla Regione e approdato sul tavolo del governo centrale che però considerò più urgenti altri interventi nella stessa zona. Ora finanziare queste zone costa allo Stato più del doppio. Ci sono per esempio gli alberghi da pagare, dove ancora, dall’ottobre scorso, vivono gli abitanti, di quella zona: “Campamu comu i carcerati: avanti e indietro, avanti e indietro”.

Il signore Umberto Aquilone cammina stanco – “Ho problemi al cuore” – e avvilito: “Noi stavamo a Scaletta Zanclea: io, mia moglie e i miei quattro figli. Ora siamo sempre più avviliti. Vorremo affittare una casa, ma sono tutte care, noi siamo tanti, quella in cui stavamo ci costava solo 250 euro. Ora abbiamo il sussidio, ma che succede dopo». Sembrano frastornati e spaventati, accanto ad aquilone passeggia un amico di Giampilieri, ma non vuol dire chi è e si dilegua: “Io non mi spavento di niente – continua allora Aquilone – io grido i miei diritti, ma gli altri si spaventano».

Così frana Messina, in città e in provincia, da un lato e dall’altro. E franerà ancora, c’è, per esempio, una frana “pronta a partire” proprio a Giampilieri. È una zona poco allarmante ed è già sotto monitoraggio: «Una frattura evidente». A notarla è Massimiliano Silvestro,  geologo, consulente per l’aggiornameto del piano di assetto idrogeologico per la Regione Sicilia. Ch spiega: «Il problema però in  molti casi, soprattutto nel versante jonico è che non si è dato spazio ai naturali corsi d’acqua, si costruito cementificando, riducendo sempre di più gli argini dei torrenti creando un danno doppio: da un alto i fenomeni franosi non trovando più uno sfogo naturale, piuttosto un tappo, sono in qualche modo esplosi. Dall’altro si è inibito il ripascimetno della costa, le spiagge si formano così. Si deve ripristinare il sitema idrico di tutta la zona. Non risolverà del tutto il problema, ma sarà un ottimo inizio.

Il paradosso del reparto alluvionato

Le pioggie e le frane non risparmiano la città. Messina conta sfollati a Maregrosso, frane al ritiro, un torrente, quello del Papardo completamente ceduto, perfino reparti di ospedali evacuati. È successo al reparto appena inaugurato dell’ospedale Papardo, giorni il polo materno-infantile. Dopo solo 5 giorni dall’inaugurazione, infatti, la pioggia del 10 marzo crea notevoli danni al nuovissimo reparto: una parte del controsoffitto crollata e il resto allagato.

Eppure, Lo scorso luglio proprio delle infiltrazioni d’acqua nella struttura avevano fatto rinviare l’apertura del nuovo reparto: «Quando l’azienda ha annunciato l’apertura del reparto per i primi di marzo - racconta Giuseppe Crosca, responsabile Cgil medici dell’azienda Papardo – abbiamo chiesto espressamente all’ufficio tecnico se i problemi di infiltrazione d’acqua fossero stati risolti: ci avevano assicurato di sì».

Così che i  ricoverati sono stati trasferiti nelle altre strutture ospedaliere della zona, tra cui l’ospedale Piemonte, che però era stato dichiarato a rischio sismico dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal senatore Ignazio Marino che, dopo il sopralluogo del 25 febbraio,  ha disposto, il trasferimento del reparto di psichiatria al Papardo, fino alla dismissione, entro giugno, di tutti gli altri reparti. Un paradossale ping pong: questa è la situazione nello Stretto, anche negli ospedali.

tag Tag: ponte sicilia ambiente
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